Il referendum sulla legge 40 interpella cristiani e uomini di buona volont?
Si vota sulla fecondazione artificiale, ma il voto riguarda anche i diritti dell'uomo e il futuro d'una democrazia basata sull'uguaglianza dei cittadini
Negli ormai prossimi referendum sulla fecondazione artificiale le scelte sono solo due. Certo, si pu? votare s? o no, si pu? lasciare scheda bianca o annullarla. Ma qualunque cosa si scriva o non si scriva sulla scheda, finir? per essere una spinta verso il Far West procreatico. Ora come ora, spiegare questa situazione ? l'urgenza delle urgenze, perch? la vittoria degli abrogazionisti non sia figlia dell'inganno. E di inganno si tratta quando chi vuol far vincere il "si" fa strenua propaganda al "no" ben sapendo che quel voto servir? solo a raggiungere il quorum e quindi a travolgere il diritto alla vita nel nome del quale quel "no" sar? dato. Bisogna dire forte e chiaro che il solo modo di non cancellare la legge ? quello di non votare. Vediamo perch?. Il Comitato Scienza & vita costituito da tutte le associazioni e movimenti cattolici, da numerosi parlamentari di entrambi gli schieramenti, da alcuni "laici" e da non pochi scienziati, propone la scelta del "non voto". E' evidente che una grande quantit? di cittadini seguir? questo invito. La conseguenza matematicamente certa ? che la maggioranza di chi andr? a votare voter? "si" ed il "no" non potr? vincere. Perci? chi va a votare ? utile solo a chi vuole eliminare la legge: il suo "no", infat-
ti, andr? ad aumentare il numero di votanti e pu? contribuire a far raggiungere il quorum necessario. Insomma: chi vota "no" ? come se votasse "si". E' bene saperlo. Qualcuno storcer? il naso sulla scelta del "non voto". Molte sono state le discussioni prima di arrivare alla decisione condivisa. Ma ora che la strategia ? stata definita e nel modo pi? autorevole, non ? pi? il tempo delle discussioni o dei sofismi. L'obiettivo comune di salvare la legge ? molto pi? importante del metodo per conseguirlo. La "partecipazione" ? un valore, ma pi? importante ? quello della vita. Del resto la "decisione del non voto" nella vicenda referendaria attuale non ? affatto un rifiuto di partecipazione. Anzi esprime una pi? intensa partecipazione al sistema democratico. Il popolo esercita la sua sovranit? delegando il potere legislativo ai suoi rappresentanti. Eccezionalmente il popolo pu? riten ere che la materia regolata da una legge gi? promulgata meriti un riesame, sia pure grossolano perch? esprimibile solo con un "si" o con un "no" senza distinzioni o sfumature. Perci? la prima questione da risolvere ? quella di sapere se il popolo vuole effettivamente il riesame. Per questo la Costituzione (art. 75) stabilisce che i referendum non hanno effetto se non partecipa al voto almeno il 50% degli elettori. Se non viene raggiunto questo "quorum" ? evidente che la maggioranza degli elettori ritiene che il referendum non doveva essere promosso. Questa interpretazione ? confermata dalla legge 157 del 1999 che concede il rimborso delle spese elettorali ai promotori del referendum (1000 lire di allora per ogni firma raccolta) solo se viene raggiunto il quorum. Se esso non viene raggiunto, vuol dire che il popolo non voleva il referendum e che dunque non ? socialmente utile in quel determinato caso, il ricorso allo strumento referendario. E' evidente che se il popolo sovrano, negando il quorum, decide che il referendum non era meritevole di essere promosso significa che ha scelto il mantenimento di quella legge. Il "non voto" manifesta dunque una duplice volont? popol are: il rifiuto del riesame e il "no" alla abrogazione. Nessuno ci potr? accusare di tradire un dovere di partecipazione. Dunque, niente rimorsi di coscienza difronte alle sirene incantatrici che vorre bbero spezzare il fronte dei difensori della legge. L'unico voto vero ? il non voto.
DANIELE NARDI















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